13 settembre 1993. Sul prato della Casa Bianca succede qualcosa che, in quel momento, sembra quasi impossibile. Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sono uno di fronte all’altro e Bill Clinton, al centro, li accompagna verso una stretta di mano destinata a diventare una delle immagini più riconoscibili della diplomazia del Novecento. Le telecamere sono puntate su di loro, il mondo guarda e, per qualche secondo, sembra davvero che una storia fatta di guerre, attentati, lutti e diffidenza possa cambiare direzione. È una di quelle fotografie che finiscono per raccontare un evento meglio dell’evento stesso. O, forse, per raccontarne una versione molto più semplice. Perché oggi, 13 settembre, a distanza di trentatré anni, quella fotografia merita di essere guardata con attenzione. Non soltanto come il simbolo di una pace possibile, ma come uno straordinario esempio di comunicazione politica: una scena nella quale postura, spazio, abiti, gesti, potere e narrazione si incastrano quasi alla perfezione. E proprio questa perfezione, a rivederla oggi, è la cosa più interessante.
La prima cosa che colpisce è Clinton. È al centro, letteralmente e simbolicamente. Rabin e Arafat sono ai suoi lati e il presidente americano sembra quasi accompagnarli fisicamente verso quel gesto che tutto il mondo sta aspettando. La sua posizione costruisce un triangolo visivo perfetto: da una parte Israele, dall’altra l’OLP, in mezzo gli Stati Uniti. È una rappresentazione potentissima dell’America come mediatrice, garante e potenza capace di portare due avversari dentro la stessa stanza e, soprattutto, dentro la stessa immagine.
E qui la comunicazione fa il suo lavoro prima ancora che qualcuno pronunci una parola. Il prato della Casa Bianca non è uno sfondo qualsiasi. È parte del messaggio. Se Rabin e Arafat si fossero stretti la mano in una stanza anonima, l’immagine avrebbe avuto un altro peso. Qui invece tutto comunica istituzionalità, riconoscimento, ufficialità. Il luogo conferisce autorevolezza al gesto e il gesto, contemporaneamente, conferisce legittimità ai protagonisti.
Poi c’è Rabin. E bisogna guardarlo bene, perché la sua postura racconta qualcosa che la retorica della fotografia rischia di farci dimenticare. È rigido, controllato, quasi trattenuto. Non sembra l’uomo che sta vivendo un momento celebrativo. E non credo sia necessario trasformare questa osservazione in una lettura psicologica: dal linguaggio del corpo non possiamo sapere con certezza cosa pensasse. Possiamo però vedere la tensione, il controllo, la cautela.
E questo è perfettamente coerente con la storia di quell’uomo. Rabin era un militare, un ex capo di Stato maggiore, un uomo per il quale la sicurezza di Israele non era un concetto astratto. Quando stringe quella mano non sta semplicemente celebrando la pace davanti alle telecamere. Sta accettando una scommessa politica enorme. Una scommessa che comportava rischi enormi proprio per Israele.
Arafat, invece, sorride. È più espressivo, più rilassato, più dentro la scena. Anche qui non serve inventare ciò che aveva nella testa. Basta osservare il valore politico di quel momento. Essere lì, alla Casa Bianca, accanto al primo ministro israeliano e davanti al presidente degli Stati Uniti significava per Arafat una straordinaria consacrazione internazionale. La fotografia lo inseriva definitivamente nella cornice della diplomazia.
E poi ci sono gli abiti. Rabin nel completo scuro, dentro i codici della diplomazia occidentale e dell’istituzione statale. Arafat con la kefiah e quell’immagine che continua a richiamare la sua storia politica e militare. Due identità che entrano nella stessa fotografia senza diventare uguali. Anche questo comunica.
Ma il centro della scena sono le mani.
Una stretta di mano è un gesto semplicissimo e, proprio per questo, potentissimo. Non servono sottotitoli. La mano dice disponibilità, riconoscimento, apertura, accordo. In questo caso dice qualcosa di ancora più grande: due leadership che rappresentano una storia di conflitto scelgono, almeno in quel momento, di trasferire il confronto sul terreno della politica.
Il problema è che una fotografia può trasformare una possibilità in una certezza.
Gli Accordi di Oslo del 1993 furono un passaggio storico reale e importantissimo. Israele e OLP si riconobbero reciprocamente e il processo portò alla nascita dell’Autorità Palestinese. Ma Oslo non era la soluzione definitiva del conflitto. I nodi più difficili restavano lì: Gerusalemme, confini, insediamenti, rifugiati, sicurezza, sovranità.
E soprattutto c’era una questione che, dal punto di vista israeliano, non poteva essere considerata un dettaglio: la sicurezza.
Israele non si stava semplicemente chiedendo se fosse possibile firmare un accordo. Si stava chiedendo se fosse possibile farlo senza mettere a rischio i propri cittadini. È una differenza enorme, soprattutto quando si guarda quella fotografia con gli occhi di oggi.
Nella fotografia tutto questo non si vede.
Non si vedono le clausole. Non si vedono le diffidenze. Non si vedono le opposizioni interne. Non si vede il terrorismo. Non si vede il peso della storia. Vediamo Clinton, Rabin, Arafat e una stretta di mano.
Ed è sufficiente.
Questo è il vero potere: rendere una realtà gigantesca, complicata, contraddittoria e renderla immediatamente leggibile.
Due uomini che si sono combattuti. Un presidente americano che li mette in contatto. Una stretta di mano.
Pace.
Solo che non era ancora la pace. Era la promessa della pace.
E la differenza, oggi, la conosciamo molto bene.
Due anni dopo, nel 1995, Yitzhak Rabin sarebbe stato assassinato da Yigal Amir, un estremista israeliano contrario agli accordi. E improvvisamente quella fotografia avrebbe assunto un significato ancora più drammatico. L’uomo che vediamo compiere quel gesto diventa anche il simbolo di una scelta politica che aveva provocato divisioni profondissime dentro la stessa società israeliana.
Questo elemento è fondamentale perché spesso, quando si guarda Oslo a posteriori, si tende a costruire una narrazione troppo semplice: Israele da una parte, la pace dall’altra, e un processo che sarebbe fallito perché qualcuno non lo ha voluto abbastanza.
La realtà è molto più dura.
Rabin fece una scelta. Israele fece una scelta. E quella scelta comportava un rischio.
Il fatto che il processo non abbia portato alla soluzione definitiva non rende quella scelta una farsa. Ma allo stesso tempo non possiamo permettere che la fotografia trasformi quel tentativo in una pace già realizzata.
È qui che quella fotografia diventa, secondo me, un caso di studio straordinario per chi si occupa di comunicazione.
Perché è quasi troppo perfetta.
Clinton al centro. Due protagonisti ai lati. Le bandiere. Il prato della Casa Bianca. La stretta di mano. L’uomo israeliano più controllato. Il leader palestinese sorridente.
Sembra quasi una scena scritta per essere ricordata.
E infatti viene ricordata.
Solo che la storia non è mai così ordinata.
La storia fa avanti e indietro. Cambia. Tradisce le aspettative. Produce conseguenze che nessuno può prevedere. Una fotografia invece resta immobile.
Rabin continua a stringere la mano ad Arafat.
Clinton continua a essere al centro.
E noi, oggi, sappiamo tutto quello che loro non potevano ancora sapere.
Sappiamo dell’assassinio di Rabin. Sappiamo dei fallimenti successivi. Sappiamo che Oslo non avrebbe prodotto quella pace definitiva che il mondo sperava di vedere.
E allora quella fotografia diventa quasi una capsula del tempo.
Non è la fotografia della pace.
È la fotografia del momento in cui la pace sembrava ancora possibile.
E forse è proprio questa la distinzione più importante.
Perché la comunicazione politica può rendere visibile una speranza, ma non può garantirne il risultato. Può costruire un simbolo, non può obbligare la realtà a rispettarlo.
La stretta di mano di Rabin e Arafat è rimasta nella memoria collettiva perché è riuscita a fare una cosa rarissima: trasformare un processo diplomatico complesso in un’immagine che chiunque poteva capire.
Ma proprio per questo dobbiamo stare attenti a non confondere l’immagine con la storia.
Quella fotografia racconta un momento vero. Racconta un tentativo vero. Racconta una scelta politica vera.
Non racconta tutto ciò che sarebbe successo dopo.
Ed è forse questa la sua forza più grande.
Il 13 settembre 1993 il mondo vide una stretta di mano.
La storia, negli anni successivi, avrebbe dimostrato quanto fosse difficile trasformare quella stretta di mano in qualcosa che potesse sopravvivere al rumore delle armi, al terrorismo, alle divisioni politiche, alla sfiducia e alle paure di entrambe le parti.
La fotografia è rimasta perfetta.
La realtà no.
Ed è proprio per questo che, trentatré anni dopo, quella mano tesa continua a parlarci.
