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Quando l’AI impara dai libri…

Da dove arriva tutto quello che l’AI sa? Ve lo siete mai chiesti? Perché dietro una macchina capace di scrivere un testo, tradurre una pagina, creare un’immagine o imitare uno stile, non c’è nulla. Ci sono enormi quantità di contenuti prodotti, nel corso degli anni, da persone in carne e ossa. Libri. Articoli. Fotografie. Musica. Podcast. Video. E proprio qui si apre uno dei capitoli più delicati di questo tempo: il rapporto tra intelligenza artificiale, diritto d’autore e lavoro creativo. Il problema, sia chiaro, non è che una macchina “legga” un libro. Leggere fa parte della natura stessa della conoscenza. Il problema nasce quando milioni di opere vengono utilizzate per addestrare sistemi che poi diventano prodotti e servizi commerciali, senza che sia sempre chiaro agli autori come quei contenuti siano stati acquisiti, utilizzati e, soprattutto, se il loro contributo venga riconosciuto. La differenza è enorme. Un lettore acquista un romanzo, lo legge e ne ricava un’esperienza personale. Un sistema di intelligenza artificiale può invece analizzare una quantità praticamente impensabile di testi, individuando strutture linguistiche, relazioni tra concetti, informazioni e modelli ricorrenti. La scala cambia tutto. E quando cambia la scala, cambia anche la domanda. Se un sistema viene costruito anche grazie al lavoro di migliaia, o milioni, di persone che hanno scritto, fotografato, disegnato, registrato o raccontato qualcosa, quanto di quel valore dovrebbe tornare a chi quel contenuto lo ha prodotto? È una domanda tutt’altro che teorica.

Per creare strumenti sempre più capaci di scrivere, raccontare, tradurre e generare contenuti, abbiamo bisogno di una quantità enorme di contenuti umani. L’AI, in altre parole, cresce anche nutrendosi della creatività degli esseri umani. Ma contemporaneamente quegli stessi strumenti possono diventare concorrenti proprio per alcune delle persone che hanno prodotto il materiale da cui l’AI ha imparato. Pensiamo a un giornalista. Scrive un articolo, frutto di ricerca, studio e anni di esperienza. Pensiamo a un autore che passa mesi a lavorare a un libro. A un illustratore. A un musicista. A un copywriter. O a un doppiatore che mette la propria voce al servizio di uno spot, di un film, di un documentario o di un podcast. In tutti questi casi non stiamo parlando semplicemente di “contenuti”. Stiamo parlando di lavoro umano. Dietro una voce c’è una persona. Dietro una storia c’è un autore. Dietro un’immagine c’è un professionista. E ognuno porta con sé competenze, sensibilità, studio ed esperienza. Per questo liquidare tutto con la frase “è il progresso” rischia di essere troppo semplice. Il progresso tecnologico è inevitabile. Ma non significa che tutto ciò che rende possibile quel progresso debba diventare automaticamente disponibile senza regole. Attenzione, però: trasformare questa discussione in una guerra tra intelligenza artificiale e creativi sarebbe un errore. L’AI può essere uno strumento straordinario. Può aiutare a cercare informazioni, organizzare il lavoro, tradurre, fare ricerca, sviluppare idee e aumentare la produttività. Il punto non è fermare la tecnologia. Il punto è stabilire le regole del gioco. Da dove arrivano i dati utilizzati per addestrare un modello? Sono stati acquisiti legalmente?

Gli autori sono stati informati? Possono opporsi? Esiste un sistema di remunerazione? E soprattutto: quanto devono essere trasparenti le aziende rispetto ai materiali utilizzati? Sono domande che riguardano certamente gli autori e i professionisti della creatività. Ma non soltanto loro. Riguardano tutti noi. Perché dalle risposte a queste domande dipenderà anche il tipo di ecosistema culturale nel quale vivremo nei prossimi anni. Un libro non è semplicemente un documento digitale. Dietro quelle pagine ci sono un autore, spesso un editor, un traduttore, un grafico, un editore, un distributore e una libreria. C’è una filiera intera. Quando milioni di opere diventano materia prima per costruire nuovi strumenti tecnologici, quindi, non stiamo parlando soltanto di “dati”. Stiamo parlando di lavoro trasformato in dati. Ed è probabilmente questo il passaggio che dobbiamo imparare a comprendere. Non dobbiamo scegliere necessariamente tra innovazione e tutela del lavoro creativo. Possiamo pretendere entrambe. Anzi, una tecnologia davvero sostenibile dovrebbe essere capace di riconoscere il valore di ciò che utilizza. La tecnologia continuerà a correre. Questo è inevitabile. Se l’intelligenza artificiale può essere costruita grazie a milioni di libri, articoli, immagini, voci, musiche e opere creative, allora dobbiamo ricordare una cosa molto semplice: dietro ogni contenuto c’è qualcuno che lo ha creato. E quella persona non diventa invisibile soltanto perché il suo lavoro è stato trasformato in un file, in un dato o in una sequenza digitale. Il futuro non dovrebbe essere una contrapposizione tra esseri umani e macchine. Dovrebbe essere una collaborazione nella quale la tecnologia valorizza ciò che l’uomo sa fare, senza cancellare il valore di chi quel sapere lo ha costruito. Perché l’intelligenza artificiale può certamente diventare una straordinaria alleata della creatività. Ma c’è una condizione. I creativi non possono diventare il carburante gratuito del suo futuro. E forse, prima ancora di chiederci quanto sarà intelligente la prossima macchina, dovremmo farci una domanda molto più umana: chi verrà riconosciuto per averle insegnato a esserlo?