Nel campo dell’analisi del linguaggio non verbale e paraverbale, la tentazione di isolare un singolo frammento per confermare una tesi precostituita è sempre dietro l’angolo. È un esercizio che rischia di peccare di superficialità, anche quando a compierlo sono professionisti che stimiamo profondamente. Mi riferisco, nello specifico, alla recente disamina di Faccioli sul presunto atteggiamento di sottomissione o “inseguimento comunicativo” di Giorgia Meloni nei confronti di Donald Trump durante l’ultimo G7.
Chi segue il mio lavoro sa quanto consideri valide e solitamente centrate al novanta per cento le letture di Faccioli, capace come pochi di cogliere le sfumature della leadership attraverso il corpo. Tuttavia, in questo caso specifico, l’analisi offerta nel suo video sembra poggiare su una selezione parziale delle fonti visive, escludendo dinamiche fondamentali che ribaltano completamente la narrazione proposta.
Nell’estratto che avete appena visto, Faccioli si concentra su una serie di fotogrammi in cui la Premier italiana appare alla ricerca di un feedback visivo e gestuale, mentre il Presidente statunitense si sottrae allo sguardo, mantenendo una postura dominante. Secondo questa lettura, il successivo video di smentita di Meloni, girato dal basso verso l’alto per evocare dominanza e controllo, non sarebbe altro che una “negazione che afferma”, un tentativo postumo di rimediare a un disastro comunicativo.
Questa interpretazione, per quanto coerente se applicata solo a quel segmento, crolla nel momento in cui allarghiamo l’orizzonte e inseriamo nel raggio d’analisi il secondo filmato diffuso nelle stesse ore.
In questa seconda sequenza, la prospettiva cambia radicalmente. La mimica paraverbale di Giorgia Meloni non è affatto quella di chi implora un’opportunità fotografica o cerca un’approvazione diplomatica. Al contrario, il corpo parla il linguaggio della fermezza e della contestazione: il gesto di puntare il dito in modo ravvicinato, l’allineamento del busto e la tensione espressiva configurano una postura d’attacco, volta a mettere l’interlocutore con le spalle al muro. Trump, dal canto suo, reagisce con una postura rigida, quasi difensiva, ben lontana dalla narrazione della totale dominanza psicologica attribuitagli nel primo frammento.
Isolare una frazione di secondo in cui un leader sorride o si muove all’interno di un contesto caotico come un summit internazionale permette di costruire qualsiasi tipo di storytelling. Ma la comunicazione paraverbale è un flusso, non una fotografia statica. Tralasciare la clip in cui la Premier esprime una palese postura di sfida significa offrire una lettura parziale e, inevitabilmente, superficiale.
L’efficacia della comunicazione si valuta sulla congruenza, è vero, ma l’accuratezza dell’analista si misura sulla capacità di non ignorare i dati che contraddicono la propria tesi iniziale. In questo round diplomatico e comunicativo, la realtà si è dimostrata molto più complessa e sfaccettata di un semplice “disastro che cammina”.
