Assistiamo ormai da tempo a un fenomeno che sta ridefinendo e impoverendo i connotati della sfera pubblica: la mutazione della comunicazione politica in una performance puramente biografica ed emotiva. L’ultimo cortocircuito digitale, che vede una figura istituzionale utilizzare i propri canali ufficiali non per orientare il dibattito su temi importanti, ma per ingaggiare un corpo a corpo retorico con i provocatori della rete, offre una perfetta case history di questo declino.
Quando un rappresentante delle istituzioni decide di dedicare spazio e tempo alla catalogazione dei “troll” o alla risposta piccata contro critiche superficiali, si compie un ribaltamento di ruoli pericoloso. Non è più la politica a dettare l’agenda al paese, ma sono le dinamiche più banali dei social media a dettare l’agenda alla politica. Si rinuncia programmaticamente al ruolo di guida per inseguire l’algoritmo, scendendo sullo stesso terreno dell’interlocutore anonimo. Il centro di questa strategia, se così si può definire, risiede nell’esasperazione dell’autenticità. Rivendicare con foga il diritto di arrabbiarsi, emozionarsi o alzare la voce davanti a uno schermo, trasforma l’azione pubblica in uno show sentimentale. L’emozione cessa di essere un veicolo transitorio del messaggio e diventa il messaggio stesso.
Lo scudo dell’emotività e del vittimismo identitario scherma la figura pubblica da qualsiasi contestazione oggettiva. Ogni critica, anche la più ordinaria, viene categorizzata come un attacco alla persona, alla sua libertà o al suo genere, polarizzando lo scontro e impedendo un confronto reale sui contenuti legislativi o di programma. Rispondere alle provocazioni liquidando l’interlocutore con formule frettolose e paternalistiche consolida la propria “bolla” di sostenitori ma azzera la credibilità istituzionale. Il ruolo pubblico dovrebbe elevare il livello del discorso, non mutuare i codici comportamentali del bullismo digitale per generare engagement.
Il punto di rottura definitivo di questo modello comunicativo si consuma sul piano della tenuta logica del racconto. Nel tentativo di nobilitare una polemica nata attorno a questioni effimere, come i commenti sull’abbigliamento o sull’opportunità di un sorriso, si arriva a evocare i grandi martiri del libero pensiero, i giganti della scienza o le figure storiche dei diritti civili.L’accostamento implicito tra il dissenso via social e le persecuzioni storiche produce un effetto di sproporzione iperbolica che scade inevitabilmente nel ridicolo. Cercare una legittimazione per proteggere la propria immagine non è un sintomo di forza o di “resistenza”, ma la spia di una profonda fragilità e di una totale assenza di senso della misura.
Se la politica rinuncia alla complessità per trasformarsi in una sequenza di dissing e rivendicazioni personali, smette di essere lo strumento con cui una comunità decide il proprio futuro. Finché i canali istituzionali verranno confusi con un diario emotivo privato, l’interazione con i cittadini rimarrà bloccata in una dinamica immatura, sterile e priva di qualunque reale valore democratico.

