Blog
Ammettiamolo: la prima cosa che abbiamo pensato tutti guardando quella scena pazzesca di Disclosure Day è stata: “Ok, qui l’intelligenza artificiale ha fatto il miracolo”.
Vedere Emily Blunt in diretta TV, in un unico piano sequenza di quattro minuti senza un solo stacco, che all’improvviso inizia a parlare una lingua mai sentita prima, un mix ipnotico e inquietante di respiri strozzati, schiocchi e vibrazioni che sembrano quasi biologicamente impossibili , fa davvero quell’effetto lì. Sembra il prodotto perfetto di un algoritmo fantascientifico.
E invece no. Dietro quella voce non c’è un software di ultima generazione, ma una scelta artistica (e viscerale) che, da professionista che lavora ogni giorno con la voce e studia l’evoluzione dell’AI, mi ha letteralmente fatta saltare sulla sedia.
All’inizio, la produzione voleva fare le cose come si fanno oggi: prendere la voce della Blunt, campionarla, darla in pasto a un’intelligenza artificiale e modellarla al computer per renderla aliena. Una scelta comoda, veloce, perfettamente in linea con i trend di Hollywood.
Ma Emily Blunt, che non ha mai nascosto i suoi forti dubbi sull’uso dell’AI nel cinema, soprattutto dopo l’esplosione delle prime “attrici virtuali” create dal nulla, si è opposta con fermezza. Ha detto un no rotondo e ha preteso che quel linguaggio così strano nascesse da una cosa sola: il suo corpo.
“Sono convinta di poter fare dei suoni davvero strani”, ha detto ai tecnici. E si è chiusa in sala di registrazione.
Ed è qui che la faccenda si fa incredibilmente affascinante per chi, come me, analizza i meccanismi della fonazione. Per catturare ogni minima sfumatura dell’anatomia dell’attrice, il team di sound design non ha usato la tecnologia per creare, ma per ascoltare in modo diverso. Hanno montato due microfoni: il primo, vicinissimo alla bocca, per prendere l’aria, i click della lingua, i respiri anomali.
Il secondo, appiccicato direttamente sulla gola, per intercettare i ronzii interni, le frequenze più basse e i suoni gutturali profonda; quelle vibrazioni della carne che normalmente l’orecchio umano non riesce a cogliere perché si disperdono nell’aria.
Solo dopo aver registrato questo “database umano al 100%”, il sound designer ha preso il materiale in post-produzione, mixandolo e modellandolo per il montaggio finale. Ma l’anima, l’impronta biologica, lo sforzo fisico della laringe e delle corde vocali sono rimasti veri. E si sente. C’è una “presenza fisica” che l’AI, per quanto evoluta, non riesce ancora a replicare: manca sempre di quel calore (o in questo caso, di quel brivido) che solo la biologia sa dare.
La scelta di Emily Blunt è un fondamentale per tutti noi che lavoriamo nello spettacolo e nella comunicazione. Ci interroghiamo costantemente sui diritti vocali, sul deepfake e sulla clonazione della voce, ma questa scena ci dice una cosa molto semplice: anche quando devi interpretare qualcosa di totalmente alieno, la via più potente per colpire lo spettatore passa sempre dall’imperfezione e dall’intenzione di un essere umano.
La tecnologia è un amplificatore pazzesco, ed è meraviglioso usarla per espandere i nostri confini. Ma la scintilla, quella che ti fa venire la pelle d’oca al cinema, ha ancora bisogno di un corpo, di un respiro e di un cuore che batte.
Voi avete già visto Disclosure Day? Che effetto vi ha fatto sentire quella scena? Parliamone nei commenti!
